Archivio per 13 luglio 2016

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La paper compliance in materia 231

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Corte di Cassazione, sezione VI, 17 marzo 2016 (ud. 12 febbraio 2016), n. 11442 Interessante il passaggio motivazionale sulla c.d. paper compliance: Le Sezioni unite, nell’affermare che il sistema normativo introdotto dal decreto legislativo n. 231 del 2001, coniugando i tratti dell’ordinamento penale e di quello amministrativo, configura un tertium genus di responsabilità, compatibile con i principi costituzionali di responsabilità per fatto proprio e di colpevolezza, ha chiarito, in tema di responsabilità dell’ente derivante da persone che esercitano funzioni apicali, che grava sulla pubblica accusa l’onere di dimostrare l’esistenza dell’illecito dell’ente, mentre su quest’ultimo incombe l’onere, con effetti liberatori, di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del reato, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi (S.U, n. 38343 del 24 aprile 2014, Espenhahn). Fatte queste premesse, va osservato che nel caso in esame il c.d. modello 231 fu approvato dalla (Y) s.p.a. nel giugno 2004. In sede di appello, la ricorrente aveva contestato le conclusioni del primo giudice in ordine all’inidoneità del suddetto modello. La sentenza impugnata perviene al giudizio di inidoneità di tutte le cautele adottate a far data dal 2001 dalla (Y) s.p.a. – e quindi anche di quelle contenute nel modello -, evidenziandone le carenze, consistite nella previsione di misure preventive solo «sulla carta» e nell’assenza di alcun tipo di garanzia in grado di impedire o quanto meno rendere più difficile la partecipazione dei rappresentanti della (Y) s.p.a. alla complessiva corruzione attuata per aggiudicarsi i vari «treni» (quali, il comitato di controllo, l’internal audit, ecc.). Si tratta di un giudizio di fatto non affetto dai vizi denunciati, in quanto la sentenza impugnata non ha tratto la prova dell’inidoneità del modello dalla mera commissione del reato di corruzione dai rappresentanti dell’ente. La Corte di appello, dopo aver esaminato le cautele organizzative apprestate e averne stabilito la inidoneità, ha utilizzato quale argomento rafforzativo della sussistenza della responsabilità dell’ente quello di aver adottato una politica aziendale di mero formalismo cartolare («paper compliance policy»), come era dato trarre dalla sistematica violazione da parte dei suoi responsabili della normativa penale e dall’entità dei fondi impiegati nelle dazioni corruttive. Invero, nel caso in esame, dal giugno 2004 sino al dicembre 2004, nonostante l’adozione del modello, si erano susseguite – senza alcuna soluzione di continuità rispetto a quanto avvenuto in precedenza – le attività corruttive realizzate da (Y) s.p.a. attraverso i suoi intermediari, che subivano una sospensione solo a seguito dell’inizio delle investigazioni penali.

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13
Lug
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Why We Like The Music We Do

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Summary: According to a new study, musical tastes are cultural in origin and not hardwired in the brain. Source: MIT. New study suggests that musical tastes are cultural in origin, not hardwired in the brain. In Western styles of music, from classical to pop, some combinations of notes are generally considered more pleasant than others. To most of our ears, a chord of C and G, for example, sounds much more agreeable than the grating combination of C and F# (which has historically been known as the “devil in music”). For decades, neuroscientists have pondered whether this preference is somehow hardwired into our brains. A new study from MIT and Brandeis University suggests that the answer is no. In a study of more than 100 people belonging to a remote Amazonian tribe with little or no exposure to Western music, the researchers found that dissonant chords such as the combination of C and F# were rated just as likeable as “consonant” chords, which feature simple integer ratios between the acoustical frequencies of the two notes. “This study suggests that preferences for consonance over dissonance depend on exposure to Western musical culture, and that the preference is not innate,” says Josh McDermott, the Frederick A. and Carole J. Middleton Assistant Professor of Neuroscience in the Department of Brain and Cognitive Sciences at MIT.

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13
Lug
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Immune System Affects and Controls Social Behavior

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The researchers note that a malfunctioning immune system may be responsible for “social deficits in numerous neurological and psychiatric disorders.” But exactly what this might mean for autism and other specific conditions requires further investigation. NeuroscienceNews.com image is adapted from the University of Virginia School of Medicine press release. The UVA researchers have shown that a specific immune molecule, interferon gamma, seems to be critical for social behavior and that a variety of creatures, such as flies, zebrafish, mice and rats, activate interferon gamma responses when they are social. Normally, this molecule is produced by the immune system in response to bacteria, viruses or parasites. Blocking the molecule in mice using genetic modification made regions of the brain hyperactive, causing the mice to become less social. Restoring the molecule restored the brain connectivity and behavior to normal. In a paper outlining their findings, the researchers note the immune molecule plays a “profound role in maintaining proper social function.”

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