28
Set
16

Psicodemocrazia. Quanto l’irrazionalità condiziona il discorso pubblico

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Le più fini menti sociologiche tra fine ottocento e primo novecento, da Max Weber a Joseph Schumpeter, lo avevano compreso e ne avevano tratto le conseguenze: il cittadino informato e razionale immaginato dalla teoria democratica classica, colui che fa scelte politiche a ragion veduta, dopo avere considerato e soppesato le diverse alternative, non esiste. Poiché il cittadino-elettore è vittima del suo disinteresse per la cosa pubblica, della sua ignoranza e dei suoi stereotipi, spinto da passioni “calde” anziché da freddi ragionamenti, l’unico modo per salvare il salvabile degli ideali democratici era, per quelle menti, ridefinire in chiave realistica la teoria della democrazia: la democrazia altro non era, né poteva essere, che il luogo del confronto e della competizione fra élites impegnate a disputarsi il voto di elettori su cui il richiamo emozionale fa normalmente più presa delle proposte e dei ragionamenti programmatici. Le ricerche empiriche sugli atteggiamenti e i comportamenti degli elettori condotte dai politologi statunitensi a partire dagli anni venti/trenta e in seguito anche dai politologi europei diedero nuova linfa, offrirono le indispensabili pezze d’appoggio a quei teorici – da Robert Dahl a Giovanni Sartori, da Raymond Aron a Norberto Bobbio – che scelsero di continuare l’opera dei fondatori della teoria realistica della democrazia.

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