“Il Cigno Nero” il noto testo di Nicholas Nassim Taleb  è uno di quei libri che ogni tanto irrompono nel panorama editoriale perchè contengono delle idee che bucano l’attenzione sopita del lettore anche occasionale. In questo caso però l’aver illustrato nel corso del testo, con una prosa simpatica, chiara e scorrevole, tutta una serie di concetti e temi sulle nuove linee di pensiero, ha prodotto l’effetto di trasformare la lettura nel catalizzatore di idee che trascendono le motivazioni e i temi in se contenuti.

A me è successo di ritrovare vari suggerimenti ed idee, una di seguito all’altra, ancorché note ed  approfondite in altri contesti, che applicate ai miei personali oggetti di lavoro e casi e studio, hanno agito da catalizzatore di un visione allargata dei fenomeni.

Fra questi temi ha assunto un particolare rilievo  il concetto di “fallacia narrativa ” è forse quello che durante la lettura mi ha stimolato interessanti riflessioni in merito a come questo processo influisca pesantemente nel consolidamento e nella definizione comportamenti, di miti, e di falsi risultati in azienda.

Nelle aziende tradizionali ha poi un effetto devastante nelle formulazioni di strategie e nella giustificazione dei risultati, specie negativi. Ancora oggi in piena crisi economica trovo vertici di aziende che negano l’evidenza, si illudono di mirabolanti riprese suffragate da curve con valori accumulati (vanno sempre verso l’alto i cumulati e nascondono il comportamento  dei risultati come, e peggio, dei valori puntuali schiacciati a fine periodo).

La battuta del libro:  ” La fallacia narrativa sottolinea la nostra limitata capacità di osservare sequenze di fatti senza aggiungervi una spiegazione oppure, il che è lo steso, senza imporre loro un collegamento logico, una freccia di relazione. “ ,  cade come un macigno nelle riunioni in cui qualcuno, ostentando interpretazioni di dati a cui a associato una storia, pretende che la sua teoria sia la verità e non i dati, pura evidenza empirica dei fatti . Questo processo narrativo nella maggioranza della situazioni di tipo causale lineare è alla base delle famose strategie di business e nella (pre)visione del futuro regolarmente smentite da quei fatti empirici e dalla complessità dell’evoluzione delle situazioni.  L’autore attribuisce il fenomeno al bisogno, quasi biologico, di ridurre la complessità dei fatti e di trovare uan spiegazione a lui favorevole di quanto ritiene sia accaduto o dovrà accadere.

Questo processo narrativo non sarebbe nulla di male se questo non fosse condizionato dalla cultura prevalente di tipo riduzionista, causa effetto, lineare che ancora impera e permea la cultura ed il mondo del management.

Gli effetti della narrazione diventano poi ancora più devastanti quando nei fatti ed eventi casuali si presenta un risultato sensazionale, come spiegato anche negli studi di Kahneman e Tversky (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Daniel_Kahneman ), questo evento funziona da “attrattore narrativo” assorbendo l’attenzione e assorbendo i flussi narrativi verso lo stesso come best practice.

Ho da sempre un’avversione viscerale verso le cosiddette best practice così come per le tecnologie avanzate (ma avanzate a chi? Forse a chi non servivano più!?). Sempre più spesso vengono diffuse metodiche e “soluzioni” vecchie e stantie, presunti successi definiti a posteriori, quando per l’effetto narrativo si pretende una logica e ci si dimentica di come in effetti il risultato sia stato casuale e non frutto di presunti meriti di qualcuno.

N.N Taleb è molto più brutale con l’esempio di quando in un monastero, di fronte a degli ex voto dei salvati dal mare, chiede provocatoriamente dove siano gli ex volto di quelli che sono in fondo al mare. Solo chi sopravvive scrive la storia.

Il problema delle “prove silenziose” è uno degli effetti deleteri delle scelte basate su un attrattore narrativo. Il più delle volte le prove silenziose favoriscono scelte che sono ispirate a risultati causali e privi di fondamento. E troppo spesso si dimostra che quelle circostanze che hanno generato quel risultato o non si ripetono uguali o più spesso generano risultati differenti.

I processi di sviluppo avvengono per biforcazioni continue e non quasi mai per sequenze linearizzabili per quanto complicate ed articolate. In un mondo complesso è un errore cercare di ridurre il livello di complessità lasciandosi affascinare da qualche attrattore narrativo. Nella realtà  dell’incertezza mancando percorsi chiari  e definiti solo un processo euristico, per quanto impreciso, può consentire di sviluppare un possibile percorso, sempre diverso, dotato di una buona possibilità di portare nella direzione del risultato auspicato.  Faccio notare che ho scritto possibile e non probabile dato che si tratterebbe di un evento non misurabile a priori e a posteriori qualsiasi misurazione e valutazione sarebbe affetta dal difetto di una narrativa giustificata dal risultato. MA il risultato è puramente casuale e solo ex-post si enumerano i fatti e gli eventi secondo un percorso causa effetto di tipo narrativo.

Si parla infatti di metodo euristico, non solo in informatica, ma anche nell’ambito della filosofia e della psicologia, per indicare un approccio alla soluzione di un problema che non procede secondo un percorso predefinito, “a colpo sicuro”, ma che si basa su procedimenti più creativi, innovativi, che di volta in volta si adattano alle circostanze e sono in grado di generare nuova conoscenza.

L’introduzione di euristiche consente di seguire una rotta coerente con il proprio essere e le proprie mete, nella complessità della realtà solo in questo modo ci si può adattare proattivamente al contino mutare degli eventi mantenendoci in un percorso sempre sull’orlo del caos,  che forse potrà avvicinarci a ciò che aneliamo, ma se lo raggiungeremo, sarà solo per pura casualità che ricostruiremo tale insieme di eventi casuali come un percorso causa effetto. Così facendo cadremo quindi nella fallacia narrativa come quella degli ex-voto di chi per puro caso è potuto tornare a raccontare la sua avventura.


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