“Our decision to do something positive can only be taken as a result of animal spirits and not as the outcome of a weighted average of quantitative benefits multiplied by quantitative probabilities” –
John Maynard Keynes
 

animal-spirits

Anche se Keynes non si possa ascrivere alla corrente dell’economia comportamentale va comunque il merito di aver indicato gli “Animal Spirits” come primo elemento che determina il comportamento e le scelte dei mercati e delle persone e questo in un momento storico che anche in epoche successive ha visto trionfare l’ubriacatura dei modelli deterministici costruiti sulla sola logia astratta che vede gli agenti e i mercati come abitati da esseri perfettamente razionali in grado di operare scelte razionali e scientificamente esatte, ovvero quello che oggi è indicato come Homo Economicus, figura ideale priva di quassia animal spirit che scelgo solo e esclusivamente per un ipotetico massimo beneficio all’interno di un modello economico arido e privo di qualsiasi altro aspetto che non sia la massimizzazione del profitto. George Soros in un suo recente articolo “My Philanthropies” sostiene, assume a vari altri autori, la tesi secondo la quale l’analisi macroeconomica ortodossa ha quasi interamente dimenticato il concetto keynesiano degli “istinti animaleschi”, che sarebbero uno dei principali motivi delle fluttuazioni dell’attività economica. La fiducia, l’equità e le narrazioni attraverso le quali interpretiamo la realtà non vengono adeguatamente comprese dai modelli economici quando deliberatamente ignorate.

 

Giacché i mercati (e l’economia) sono fondamentalmente irrazionali e tendono a subire violente fluttuazioni ogniqualvolta gli spiriti animali oscillano tra stati d’animo opposti e seguono ciecamente il più recente quadro interpretativo (processo “narrativo” svolto ex-post per dare un senso consequenziale ai fatti) della realtà, le autorità di governo devono intervenire con decisione. La politica monetaria e la politica fiscale non bastano a guidare il comportamento di persone (agenti) che non agiscono in modo razionale. Come dimostra l’esempio recente degli Stati Uniti: avvalendosi di strumenti monetari e fiscali, le autorità sono riuscite a far tornare il livello di attività economica quasi ai livelli precedenti la crisi, ma ciò non è stato sufficiente a ridurre la disoccupazione ne a rilanciare concretamente una tendenza allo sviluppo; ovvero hanno ottenuto dei numeri buoni per l’economia classica ma inefficaci sul piano pratico. Infatti la Federal Reserve si direbbe che dovrebbe impegnarsi più di quanto non abbia fatto finora ad aumentare direttamente la disponibilità di credito nell’economia, sostituendo i circuiti finanziari danneggiati, giacché solo quando il credito e la propensione al suo utilizzo attivo tomente meccanicisticarnerà ai livelli precedenti, la crisi potrebbe ridurre la disoccupazione in eccesso. A quanto sembrerebbe, l’obiettivo di un determinato livello di credito rappresenta la soluzione che alcuni autori propongono per uscire dalla crisi.
Gli stessi studiosi però non spiegano per quale motivo sussista un legame tra disoccupazione e credito e, in verità, tale nesso è in contraddizione la dove gli stessi studiosi hann
o ammesso che l’eccesso di credito ha rappresentato uno dei problemi che hanno indotto la crisi stessa.

Questa come altre incoerenze che stanno colpendo il mondo degli studiosi di economia classica, nonché in altri, come Paul Krugman, che spingono politiche di intervento pubblico anti-cicliche ancora più sostanziali delle attuali sono duplici. In primo luogo, il problema sta ne loro assunto per cui i governi non sarebbero soggetti, almeno quanto i mercati, agli sbalzi d’umore degli “spiriti animali”, come se a governare fossero tanto Mr. Spock o elaboratori freddi e massimizzatori, votati a credere all’ultima “narrazione”. Si tratta di un assunto a dir poco assurdo e la cui infondatezza è stata dimostrata più volte in vari studi di economia comportamentale. Ad esempio gli accordi di Basilea I, II e III sono quanto di meglio le autorità pubbliche hanno saputo produrre, anche con spunti interessanti se no fossero soverchiati dal formalismo e dalla logica razionale, e sono stati realizzati dai funzionari più solerti e preparati che si possano immaginare. Ciò nonostante, tali accordi hanno prodotto banche fortemente sotto-capitalizzate, incapaci di fare veramente da banca, favorito usi spregiudicati delle risorse in aree che non sono tipiche di chi , come una banca, deve produrre valore nel tempo riducendo le componenti di rischio, e la loro debolezza, tutta spostata sul fronte non di un’economia an ma di un “profitto” solo numerario e statico, resta la fonte in assoluto più importante della crisi in cui ci troviamo.

Oggi troviamo i migliori funzionari pubblici che erano i sostenitori più accesi delle teorie che oggi vogliono screditare che per contro non hanno dato segno della vigilanza che un soggetto operante sul mercato avrebbe potuto esibire. Per citare un esempio noto a tutti, alla Banca Monte Paschi chiunque aveva capito che la gestione di quella banca seguiva logiche di interesse di natura politica e predatoria e che la crisi avrebbe fatto emergere gli sprechi di raccolta e di risorse distolti dalla funzione primaria dell’azione bancaria. A quanto pare né la Banca d’Italia, né la CONSOB, ne gli organi “politici” dei governi perchè coinvolti si sono voluti rendere conto dell’entità del problema.

Oggi abbiamo una delle principali banche virtualmente fallita che è tenuta in piedi per evitare danni maggiori a caro prezzo per la collettività e una magistratura impegnata a sviscerare il sesso degli angeli e alla ricerca del capro espiatori che sia il miglio compromesso per scelte scellerate che salvino certi equilibri di natta politica. Peggio ancora sarebbe, se l’avessero capita, non hanno fatto nulla perchè allora la miopia di scelte razionali sulla facciata sarebbero anche criminalmente colpevoli e per questo ancor più irrazionali dei modelli invocati a loro copertura! I governi e le autorità pubbliche non sono esenti da errori e, peggio ancora, non sono soggetti alla disciplina del mercato, che obbliga a riconoscere e a correggere gli errori, inoltre le scelte di natura politica non seguono alcuna logic a economia intesa come tale.

In secondo luogo, quando la condizione di partenza delle finanze pubbliche è debole o peggio malsana, l’effetto di un ulteriore deterioramento (implicito in politiche pubbliche sempre più attivistiche e predatori al fine di auto-sostenersi contro ogni criterio anche di quell’economia che usano per giustificarsi) può spingere i cosidddetti gli spiriti animali in uno stato di sfiducia e depressione delle iniziative, fino a rendere controproducenti e autolesioniste quelle medesime politiche. Le crisi incombente del debiti sovrani e le politiche di austerità sembra dimostrarlo ampliamente. Un comportamento che ricorda la battuta “ l’intervento è riuscito perfettamente ma il paziente è morto”.

Lo stesso Keynes è stato travisato proprio dai suoi seguaci che nella ricerca dei modelli razionali hanno cercato di ricomprende questi “animal spirits” inserendo concetti che ne hanno anestetizzato , quando non annullato, qualsiasi valenza di quell’intuizione contenuta nella celebre frase. Alcuno di loro hanno ritenuto che le fluttuazioni dei moltiplicatori fossero un indice delle fluttuazioni della fiducia. Una propensione marginale a risparmiare pari al 5 per cento significherebbe che 1 euro di stimolo fiscale dovrebbe tradursi in 20 euro di reddito aggiuntivo per l’economia nel suo insieme. Quando la fiducia diminuisce, se il desiderio di risparmiare cresce fino al 20 per cento del reddito, il medesimo euro di stimolo produrrebbe solo 5 euro di reddito aggiuntivo.
Non so in quale misura l’ef
ficacia dei moltiplicatori sia stata dimostrata nella pratica ma tale teoria elaborata su una lavagna di qualche docente di economia e giusta solo il quella lavagna. Ma secondo questa teoria, in un’economia come quella statunitense, contraddistinta da un tasso di risparmio dello 0 per cento, un dollaro di stimolo dovrebbe avrere un effetto infinito e gli Stati Uniti sarebbero stati nelle migliori condizioni immaginabili per dimostrare l’efficacia dell’interpretazione di quelle politiche keynesiane di sostegno alla domanda. Se da una parte alcuni studiosi danno l’impressione di credere a questo meccanismo, dall’altra auspicano un maggiore stimolo fiscale al fine di tornare alla piena occupazione. Tuttavia, non è considerato che una diminuzione della fiducia fa sì che diventi estremamente improbabile che un governo possa fornire uno stimolo dell’entità richiesta senza deprimere maggi
ormente la fiducia stessa. Ovvero si continua ad ignorare gli insegnamenti dell’economia comportamentale e della neuro-economia.

Nel complesso gran parte degli autori dell’economia classica sono oggi privi di idee utili per capire come procedere al fine di risolvere la crisi o elaborare modelli economici, i più si limitano a suggerire azioni circoscritte e parziali slegate dall’interconnessione dei mercati. Questo è un’altro degli elementi critici dell’economia classica che, a differenza di altre discipline, rifiuta di accettare la condizione di incertezza che è in qualsiasi scelta e nella assoluta imprevedibilità dei mercati in quanto Sistema Complesso , le cui caratteristiche non possono essere previste ma solo “sperimentate” ovvero osservate dopo che il sistema ha cambiato stato e si sono manifestate condizioni diverse dalle stesse proprietà dei suoi componenti.

In merito al primo punto, ritengo inoltre che le continue interferenze nei meccanismi di mercato da parte di governi a corto di credito e di credibilità e idee stiano ritardando una soluzione alla crisi, aumentandone il protrarsi e il costo finale. Probabilmente una depressione profonda, ma breve, nello stile di quelle di fine Ottocento, che avesse ridotto i prezzi a livelli tali da dare fiducia a nuovi compratori, avrebbe offerto ai soggetti sopravvissuti una solida base di partenza e avrebbe creato, per giunta, quel ricambio socio-economico desiderato, non senza buone ragioni, da più parti. È possibile che una disoccupazione del 20 per cento per soli due anni sia alla fine preferibile ad una del 12 per cento per un decennio e passa.
Per quanto riguarda il secondo punto, l’ipotesi dei Mercati Efficienti e delle Aspettative Razionali, ormai ampiamente screditata, appare comunque meno dannosa delle teorie successive che ancora legate ai modelli classici scimmiottano presunti aspetti comportamentali. La prima ipotesi prendeva in considerazione prevalentemente i mercati azionari regolamentati. L’applicazione della stessa ipotesi ai mercati “over the counter” potrebbe mettere in luce le manchevolezze, a partire dall’assenza di dati. Questo lavoro attende ancora i ricercatori che vorranno farsene carico.
Alcuni governi come quello americano e quello inglese hanno creato delle unità di economia comportamentale, la strategia di “The Nudge” di Sunstain e Thaler è usata per scelte di natura sociale, si veda la riforma sanitaria in America, così come le scelte fiscali e finanziarie dell’Inghilterra. Già si incominciano a vederne die timidi risultati ma poiché portano a conclusioni e scelte di politica economica contrarie alla prassi comune e sopratutto ai dettami degli economisti classici, sono fortemente osteggiate e rese meno efficaci. Anche questo è un aspetto del comportamento che deve, o dovrebbe, essere preso in esame e non ignorato per operare scelte adeguate.
La conclusione è che sino a che in economia, la ragione e il modello dell’agente dotato di razionalità assoluta è la strada seguita per consentire la modellazione che era esattamente una semplice caricatura della natura umana dove l’uso della matematica è più facile, quindi facile soprattutto per aggregare la valutazione della domanda a livello di mercato o di fornitura, che sono fondamentali concetti economici. Ad esempio, se si ipotizza una condizione in cui la gente non è interessata a quello che chiunque altro compra (non ci sono mode, o “esternalità di partecipazione”, usando gli algoritmi più diffusi), allora è facile individuare la domanda individuale e da questa derivare la domanda di mercato. Se ci sono influenze sociali e scelte differenti non è così facile.

Oltre alla semplificazione pratica, parte del fascino di lunga data del modello razionale in economia accademica o classica è la tecnologia e il conservatorismo scientiHexagramme_cognitiviste_2fico. Fino a poco tempo fa, gli economisti non sviluppavano gran parte dei propri dati. La maggior parte dei dati studiati venivano da censimento e da panel raccolti da enti governativi o dalle varie organizzazioni non-scientifiche. Si arrivo ai dati sperimentali di alta qualità e furono resi disponibili solo dal 1970 o giù di lì, ma anche quei primi esperimenti hanno richiesto molto tempo per diffondersi. (La maggior parte dottorandi dei corsi di economia, anche i migliori, non prevedono che si debba imparare nulla sui metodi sperimentali. Ciò è vero anche al Caltech, dove si sono avute le prime concrete ricerche di economia sperimentale.)

Quindi storicamente l’economia come professione è stata sempre poco interessata circa la misurazione e la raccolta di nuovi tipi di dati. Si tratta di uno sfortunato contrasto con l’innovazione scientifica in molti altri campi, dove i nuovi metodi di analisi dei dati aprono la strada. Di conseguenza, quando la maggior parte degli studenti laureati in economia stanno fanno valutazioni questi elaborano mentalmente ciò che rende le teorie sono plausibili e quindi cosa vale la pena di studiare, non sono esposti alla prova dell’evidenza comportamentale o a pensare a nuovi modi per misurare e verificare, è sufficiente che il modello teorico concettuale sia sostenibile sul piano logico formale.

Lamentele a parte, ci sono molte buone notizie per quelli che hanno deciso di indirizzarsi in economia comportamentale. Praticamente ogni teorico che comincia a fare studi e esperimenti diventa “comportamentalizzato” dai risultati. E ci sono un sacco di economisti di alto livello che sono entusiasti dell’economia comportamentale, e anche la neuroeconomia, anche se non stanno usando i metodi stessi.
Le prossime sfide della neuroeconomia sono su due fronti:
• Nucleo dell’ortodossia e dei libri di testo. Economia comportamentale non ha fatto molto effetto nei testi di base, questi rimangono ancora ancorati al concetto di razionalità assoluta e ai monelli formali. In altri settori, come la psicologia cognitiva e delle neuroscienze, i libri di testo a tutti i livelli vengono aggiornati vivacemente. Gli economisti invece sono lenti e refrattari sull’aggiornamento dei libri di base.
• La Misurazione. Le frontiere teoriche della teoria economica discutono dei costi del pensiero, della scarsa attenzione nelle scelte, del forte impatto dell’incertezza macroeconomica, delle preferenze dei gruppi, dell’ansia, delle norme sociali, e così via. Tutti questi costrutti sono marcatori biologici e altro. Capire che le teorie economico sono più giuste sarà più rapido se misuriamo anche i correlati biologici di queste variabili. Altrimenti sarebbe come se in medicina, si facessero un sacco di teorie su ciò che provoca una malattia, ma ci si rifiutasse di fare delle analisi sul paziente reale o di usare un microscopio per esaminare campioni di tessuto? Ecco dove l’economia è in conflitto in relazione a singole decisioni e scelte economiche. Purtroppo, gli economisti sono molto lenti sull’adozione della tecnologia ed ad abbandonare le certezze dei loro bei modelli logici costruiti in modo slegato dalla realtà. Fortunatamente, gli studenti e i nuovi laureati sono molto sensibili alle scienze sociali.e si spera in una rapida evoluzione del quadro teorico di base.

Alessandro Cerboni


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