Quando si nasce ci viene subito associato un dato: il nome! Subito dopo ci viene dato un cognome, dato che afferma l’appartenenza ad una famiglia. Tutti impariamo a festeggiare la data di nascita e conoscere il luogo dove si è nati o si vive insieme ad altri, un luogo che finisce per identificare una comunità. Questa stessa comunità nel tempo si arricchisce e si distingue grazie ai dati che raccontano i rapporti fra i suoi membri. I dati descrivono chi siamo come le parole raccontano il nostro essere, tutto questo nel tempo costruisce la nostra identità e personalità per noi e per chiunque si vorrà rapportare con noi. Tanti dati apparentemente comuni, che variamente correlati compongono le informazioni, descrivono noi stessi, chi siamo, cosa pensiamo, cosa ci piace e cosa amiamo. Tanti mattoni che uniti definiscono la nostra identità, il nostro essere e che ci danno l’appartenenza.

buona famaOgni volta che incontriamo uno sconosciuto abbiamo bisogno non solo dei dati quali il colore della pelle, l’altezza, gli odori, ma anche di quei dati “comuni” che ci consentano di elaborare le informazioni utili a identificarlo, a definirne un’appartenenza, … insomma a conoscerlo.

E così mattone dopo mattone, dato dopo dato, correlazione dopo correlazione costruiamo l’insieme delle informazioni che ci rendono conoscibili, ci consentono di avere relazioni con gli altri. Anche se fossimo in un’isola deserta avremmo bisogno comunque di costruirci questi dati per conservare un equilibrio, una propria identità.

L’insieme dei dati sono quindi un unicum con noi stessi.

La loro tutela, la loro difesa e il rispetto di quelli degli altri, diviene la tutela del diritto di essere noi stessi, un diritto inalienabile e le leggi degli uomini non possono non tutelarlo perché sarebbe come ignorare chi siamo e la nostra stessa esistenza in vita.

Oggi questa nostra identità è minacciata su vari fronti, sia da chi ne vuol conoscere i segreti per trovare le nostre debolezze e magari usarle o venderle ad altri che vogliono proporci, senza che se ne siamo coscienti, un prodotto, un’idea, un credo o altro.

Oggi, per chi vuole conoscere a chi altri possiamo essere associati, ha gran valore sapere i nostri dati. Chi riesce ad averli può poi rivolgersi a questi aggregati con idee sane o meno. La tecnologia e la facilità di comunicare mostrando molti mattoncini e dati che ci appartengono porta sì a farci conoscere e riconoscere da chi magari avremmo avuto difficoltà ad incontrare, a comunicare con chi condivide una passione, un’attività artistica, uno sport o anche un’appartenenza politica. Così facendo ogni volta mettiamo in mano ad altri una parte di noi stessi, una parte che ci appartiene indissolubilmente e che altri, combinando tali dati in modo non corretto, potrebbero farne un uso a noi sgradito o peggio usarli per modificare la nostra identità, rubarne un pezzo alla volta e limitare il nostro diritto di essere e di esistere.

Di recente si fa un gran parlare di GDPR ovvero di Privacy dimenticando che nella lingua italiana c’è un termine che esprime in modo corretto il senso del diritto che si intende tutelare con queste norme: è la “riservatezza” termine italiano ben più appropriato a descrive cosa si vuole tutelare.

Il termine “privacy” deriva dalla giurisprudenza americana quando verso fine 1800 fu introdotto il concetto di privacy come “right to be left alone” ovvero il diritto di essere lasciato solo (o in pace) al fine di limitare l’ingerenza nella vita privata di una persona da parte di altre persone. Nel mondo anglosassone tale concetto si è facilmente radicato nella cultura popolare ed è connaturato oggi in molte professioni, si pensi ad es. quelle forensi o mediche.

La privacy per altro non va confusa con il diritto al segreto o alla “protezione” dei dati personali ma semmai quest’ultimo ne è una conseguenza. Forse la formulazione in termini di diritto più corretta è stata quella del compianto Rodotà quando notò, con lungimiranza, che ormai ci si era avviati verso una società in cui grazie alla tecnologia si poteva sapere tutto di tutti, pertanto era necessario introdurre dei concetti base a tutela di tale diritto. Rodotà in sostanza non vietava l’uso dei dati personali ma ne disciplinava la disponibilità e l’uso solo, e solo se, ci fosse stato un lecito, concreto e giustificato motivo per trattare tali dati e, conseguentemente, informazioni personali di un individuo. Aveva correttamente esteso tali aspetti anche alle cosiddette persone giuridiche e il motivo e il perché ci si debba arrivare, o quanto meno ritornare a tutelare anche a tali figure, è che ormai anche nel diritto si ammette l’esistenza di entità composte che si relazionano come un unicum e come tali possono agire e interagire, essere riconosciute e identificate.

La classificazione del grado di riservatezza di questi dati e delle informazioni desumibili da questi, in modo più o meno esplicito, è un fatto successivo e conseguente di tale affermazione.

Ancor prima dei legislatori moderni mi piace sempre segnalare che esiste una realtà che funziona da più di 2000 anni e che, a suo tempo, ha affrontato il problema della tutela del diritto della persona nella sua interezza. Questa realtà è la Chiesa cattolica che nel Diritto canonico ha inserito il “diritto alla buona fama e la riservatezza”, (“normae in bonam famam atque intimitatem tuendam”) connesso con la natura dell’uomo come ius nativum. Il Legislatore canonico enuncia questo diritto al can. 220 del Codex estendendolo a “chiunque”, anche se non cattolico o non battezzato, e lo inserisce nel contesto di una normativa compresa tra i cann. 208-223 che delinea i rapporti all’interno di una realtà ecclesiale vista come comunione di persone.

Già l’uso del termine “buona fama” e il suo concetto introduce un elenco di relazioni con il prossimo, per questo motivo le informazioni che a qualsiasi titolo e in qualsiasi modo possano nuocere devono essere escluse e allontanate perché ciò impedirebbe la comprensione e la comunione con l’altro.

Sono concetti forti, diversi da una sommaria traduzione in inglese “good reputation”, ben più di sostanza dell’uso bovino e limitato che si fa del termine “privacy”; questi concetti sono la chiave per comprendere meglio che ciò che ci identifica e le informazioni che ci riguardano fatte di correlazione di dati. Da qui nasce l’importanza della tutela e dell’uso corretto dei dati che, anche se limitati, possono generare indirettamente informazioni su di noi che possono essere cagione di danno o essere usate per produrlo e incrinare così la nostra “buona fama e la nostra riservatezza”. Quando sente dire “io non ho dati personali” riflettete sul fatto che ciò non è possibile perché ognuno di noi ha dati anche “banali” che però messi in relazione costruiscono quella buona o cattiva fama anzidetta. Quindi una volta compreso che si maneggiano persone e non numeri è più facile comprendere la necessità di avere sempre cura dell’identità propria e dei nostri contatti.

 

Alessandro Cerboni

 

 

 

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